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Val di Vara

 

“Potesse l’arte mia, da Val di Serchio a Val di Magra e per le Pàine al Vara e al Golfo, tutta stringerti in un cerchio con l’alpe a gara”
(Gabriele D’Annunzio, Laudii, Libro III – Il Commiato)

Cercando paesaggi incontaminati, mossi dall’idea di esplorare quei luoghi da sogno la cui impronta antropica è ridotta ai minimi termini, sarà probabilmente verso la cosiddetta Valle (o Val che dir si voglia) del o di Vara, laddove Vara sta per grosso fiume scintillante, e l’etimo preposto ne descrive la famigliarità con boschi e foreste molto spesso uguali a com’erano duecento anni prima della venuta del treno, che il sesto senso si troverà propenso a indirizzarvi.

Parliamo del territorio più esteso all’interno della provincia di La Spezia, nonché, si veda su, del meno popolato – causa: la bassa densità di popolazione. La Val di Vara si conta, inoltre, quale territorio più esteso di tutta la regione Liguria, separato dalla Toscana per mezzo della cresta Appenninica.

Valle e fiume, se ne segnassimo i confini reali da un punto di vista amministrativo, li considerano come uno: il fiume nasce dal monte Zatta e termina il suo corso confluendo nel bacino del fiume Magra, in località Fornola, salutato il comune di Vezzano Ligure, e così, cominciando e finendo, fa la vallata.

Caratteristica inusitata ma che le permette di distinguersi dai già variegati panorami liguri, toscani (ed emiliani), pur chiaramente essendo una nicchia del solo entroterra, sembra essere l’alternanza, la quale non preclude affatto la costanza o la presenza massiccia e lussureggiante dei medesimi, di vasti pascoli erbosi intervallati da – a seconda di latitudine e presenza di elementi naturali e/o vicinanza al mare – macchia mediterranea con fitti sottoboschi di piani, ambienti acquatici e habitat fluviali popolatisi di ninfee e uccelli migratori e fitti intrichi di vegetazione pedemontana, certa la presenza alberi da frutto.

Casa di streghe, lupi mannari, per due terzi abbrancata al capoluogo senza alterarne i fasti e la storia, spicca inoltre per la dignità dei minuscoli borghi che la animano – non a caso, la Val di Vara è nota soprattutto col suo nome alternativo: Valle dei Borghi Rotondi. Molti di loro, effettivamente, mantengono la tipica struttura concentrica utile, di solito a scopo difensivo, durante il periodo medievale, con le vie e le case raccolte intorno al centro del paese.

I rilievi montuosi, vieppiù, quelli in cui si concentrano leccete, macchie di castagno e profumatissimi cespugli di gariga assortita, separano la Val di Vara dalle limitrofe realtà di Val di Taro e Val Graveglia a Nord, dalla Lunigiana a Est, la zona si mitiga e risplende, guadagnando boccate di ossigeno a contatto delle acque fluviali, in corrispondenza della Riviera Spezzina, e infine, appena lambisce scogliere e Cinque Terre a Ovest.

Viene inclusa, di diritto, sotto la tutela dell’Autorità di Bacino del fiume Magra, del Parco Naturale Regionale di Montemarcello-Magra-Vara, e non è inusuale scambiare l’Alta Val di Magra con l’areale del Vara, dell’Alta Via dei Monti Liguri, e stringendo, non meno importante, dei fatti e consorzi propri della Lunigiana Storica.

Quindici i villaggi che troverete, partendo dal basso e salendo, se vi è caro seguire il sesto senso; Bolano, Follo e Riccò del Golfo aprono le danze (Bassa Val di Vara), paesini incantevoli e facilmente raggiungibili, eppure ebbri di una natura esplosiva, a tratti già incontaminata, potrete notare da voi che la pianta urbana si ammanta di carrugi e portali in arenaria, le parti di collina, comunitaria, permettono viceversa una capatina a resti di torri e originari camminamenti, punti strategici per le comunicazioni che furono – Bolano, specialmente, in qualità di centro nevralgico, se ne rimane adagiato sulle pendici di un promontorio dandosi la stessa importanza grazie alla quale, in epoca vescovile, amava riempiersi di nobili e dame imbellettate, irto di scalinate e affusolati campanili; Pignone, Beverino, Calice al Cornoviglio, Borghetto Vara e Brugnato cominciano ad arrampicarsi (Media Val di Vara), e con due parole vi sollecitiamo a visitare Pignone, perché bisogna dare un’occhiata al Sito Archeologico del Monte Castellaro, ed a Corvara, propaggine di Beverino, cosicché possiate capire come nasce la parola “fortificato”, e nella zona montagnosa ecco accoglierci Carrodano, Carro, Zignago, Rocchetta Vara, Sesta Godano, Maissana e Varese Ligure (Alta Val di Vara), queste ultime molto belle da visitare anche di sfuggita, ancora dentro l’abitacolo, superati i passi di Tresana e Podenzana.

Carrodano vive un po’ riflessa della fama di Levanto, a lei prossima, e così addirittura Pignone, dabbasso, mantenendosi in forze grazie all’agricoltura, alla saggezza della vecchiaia – pare infatti che fosse un accampamento mobile di carri in remote epoche, da lì il nome – e grande merito lo hanno pure La Piana e Ferriere, piccolissimi borghi satellite, mete ormai di spicco se siete in cerca di una seconda casa comoda per raggiungere mare e montagna insieme, vizio di “spézei” e non.

Altra protagonista è Maissana che, nel tempo, subisce un rapido spopolamento, la gente vuole lavorare e fugge trovando asilo a Sestri Levante… ma una fuga del genere sortisce nientemeno che rendere Maissana ancor più suggestiva, sugli altipiani della Val di Vara: numerosi in quel del borgo i villaggi sparsi, ad Ossegna, uno dei tanti, e precisamente nella Valle Lagorara, l’uomo preistorico estraeva pietre, e perciò agli epitaffi di case e soffitte dentro cui sicuramente avranno murato pizzi al tombolo e damigiane, si aggiunge l’impronta di una vera e propria industria litica dell’Età del Rame, riconosciuta a livello europeo.

Le consuetudini rurali, il cielo terso e l’aria fresca associata alla montagna, restano appannaggio di tutto il rimanente corollario di paesini e declivi, Carro e Sesta Godano primi in classifica – nelle frazioni di Sesta Godano appare chiaro che perderete un’intera giornata, infatti, a Groppo che è uno splendido esempio di paese-fortezza, allontanano il maglino alcune teste apotropaiche murate sulle pareti delle prime case, giunti n odore di centro storico, mentre a Rio, i Fieschi non smettono di rivendicare con alti lai, la notte, le sale del castello. Chiaro che tornerete ancora, e ancora, a scoprirne i segreti.

Il riferimento autostradale, voglia la provvidenza sapervi tranquilli al di qua della vallata, in linea di massima sarà il casello di Brugnato, uscita dedicata dalla A12. Brugnato ospita la diocesi, per gli estimatori del genere, oltre ad un numero importante di pievi e nuovi reperti archeologici, poiché ex sede vescovile, e via così fino alla vicina Pontremoli.

I più antichi borghi della Val di Vara ci dicono essere Pignone, Zignago, verso i cui profili montuosi si prova un certo riguardo, e che si perdono tra guglie e cupole sopravvissute alla dominazione bizantina, la verdeggiante Suvero, sotto Rocchetta Vara, e Torza, all’interno del comune di Maissana.

Val di Vara. Val di Varietà. Poiché patria dell’ecoturismo: conta sulla quasi esclusiva sussistenza di fattorie biologiche. Fenomeno che a sua volta fa rima con escursionismo. Val di Velleità. Trapuntata di agriturismi e percorsi salute, e di certo risultano salutari, un’orchidea selvatica vale più di mille medicamenti (attenzione, però, le specie protette non vanno toccate). Val di Verità. Piccoli negozi di paese che mandano avanti, ancora dopo generazioni, la rete commerciale. E cosa aggiungere, a proposito di podesterie diventate macellai all’ingrosso, moderne aziende agricole e caseifici di ultima generazione.

Serve altro?

Natura

L’abbondanza è nota ai boschi della Val di Vara. Misti drappeggi di latifoglie, alberi ad alto fusto e manti verdi tutto l’anno si alternano, consci di temperatura e qualità del substrato, raccontandoci aneddoti sulle condizioni, ottimali, nei riguardi dell’ecosistema. La fanno da padrona i boschi di castagno e roverella, dove l’acqua ristagna, frassini e carpini. I paesaggi che scorgiamo, comprendono almeno sette differenti categorie di habitat, e sono detentori di alcuni primati, a livello nazionale, quando si rivela il loro indice di boscosità.

L’area deputata a pascolo, abbiamo visto, risulta comune dappertutto mentre si costeggia un cascinale, o una cascatella, sia nel fondovalle, sia nelle montagne che chiudono i prati verso l’Emilia, ma in particolare ne individuiamo un assaggio lungo la strada per Cento Croci, dove questi pascoli assumono carattere quasi alpino.

Le coltivazioni agricole, diversamente da altrove, ed in particolare coi terrazzamenti della Bassa, o i laghetti di raccolta sopra Sesta Godano, incentivano la diversità ambientale e facilitano, poiché l’uomo coopera attivamente assieme alle creature abituali dei campi, e rispetta la stagionalità di bestie e colture, la vita e il mantenimento tipici degli ambienti ripariali.

Menzione viene data soprattutto all’allevamento non intensivo di bestiame e al non utilizzo di pesticidi o prodotti di sintesi. Peschiamo nel mucchio et voilà, le cipolle e i fagioli che Pignone regala ai suoi abitanti, diventano allora proverbiali. Esiste persino una varietà di patata nota solo a Calice del Cornoviglio. Del pecorino di malga o dei caseifici di Brugnato, vedremo in seguito.

Il clima si mantiene fresco d’estate e, seppure umido, non eccessivamente freddo nei mesi autunnali, protetto dalle precipitazioni che, dato il caso, tendono a concentrarsi nei versanti a Nord. Va dedotto che l’area della Val di Vara non è nemmeno molto ventosa, se non in presenza di scirocco o tramontana.

Cima tra le maggiori nella Liguria di Levante, il Monte Gottero con la sua popolazione di fiori, colori e anfratti gocciolanti rappresenta una oasi faunistica eccezionale – nella cava in località Carpile, per esempio, è stato riportato alla luce un piccolo Orso Speleous, segno di come la zona potesse essersi ricoperta di maestose foreste, trascorsa l’ultima era glaciale – oltre che un giardino alla portata di chiunque; basta allontanarsi e in un attimo la flora alpina sboccia di altrettanti sottotoni, ospitando alcune specie poco comuni e presenze, altrimenti, piuttosto note, come l’euforbia, i crochi e numerose teste gialle o violette di Asteracee. Carro e Carrodano, nello specifico, bene si amalgamano a tali inconsuete fioriture, e allo stesso tempo ci appaiono, fuori dalle piazze dei paesini, posti selvaggi, da evitare.

Niente di più falso.

Il Monte Gottero, forse il più isolato, insieme al Monte Zuccone e ai punti panoramici del Civolaro – segnatevi il “Dragnone” –, messi assieme ricoprono, tuttora fermi sulla tematica, il ruolo di guardiani verso una formidabile collezione di sequenze panoramiche, attraverso le quali ancora scorgiamo, con l’arrivo di una bella giornata, le Alpi Apuane ed il Golfo dei Poeti.

Appartenente alla stessa cornice, l’Alta Via dei Monti Liguri unisce percorsi di trekking che arrivano alla Val Nervia e collegano, di volta in volta, i parchi regionali esistenti da Ceparana a Ventimiglia. Le tappe, qua, hanno una lunghezza media di 10-15 km, e sorgenti e mulattiere amano intervallarsi dando man forte al cammino.

Gli stessi cammini vi sembreranno mai sguarniti delle più comuni strutture ricettive. Toccando finalmente quota 1640 mt, ci si fa innanzi il Monte Galero, uno dei più possenti tra i massicci in Val di Vara e dal lato della Liguria di Levante. Corretto, però, sarebbe l’indicare quell’insieme omogeneo di rilievi arenacei, che formano valli profonde sino al Passo della Cisa, col nome proprio di Appennino Spezzino.

Ed è attraverso di esso, volentieri scollinando con l’ausilio di una rete di sentieri patrocinati dal CAI, che, sentito nominare pure il Passo del Lagastrello, superiamo la vetta dei 1800 mt e incontriamo l’Apennino Tosco-Emiliano. Ma siamo già oltre Pontremoli, perciò fermiamoci prima. Una proposta capace di coniugare il buono che c’è di due regioni, delle principali, gira intorno ai passi di Calzavitello e del Rastrello, giungendo fin sotto i declivi del Monte Cornoviglio.

Raggiunti paesi letteralmente arrampicati sui fianchi e le pendici, dalla Bassa all’Alta Val di Vara, è allo stesso modo possibile incorrere in endemismi e specie (sia botaniche, che faunistiche) abbastanza rare. L’ululone (bombina variegata) ce ne vuole dare testimonianza, parimenti possiamo seguire le tracce di un cugino alla lontana, di questo anfibio, nella zona carsica compresa tra Pignone e Riccò del Golfo: nascosto nei panni di una piccola salamandra, vive e si riproduce il geotritone.

Ogni rappresentante che l’ecosistema regala al mondo, finisce controllato e supervisionato grazie ai Siti di Importanza Comunitaria (SIC) della Rete Natura 2000.

A Ziona, sempre municipalità di Carro, si avvistano le sfuggenti Upupe, uccelli considerati rari anche nel resto d’Europa.

Lifestyle

Fermo restando che la vicinanza alle Cinque Terre è innegabile, la vocazione di questa valle si attesta, lo ripetiamo, del tutto montana.

Al massimo potrete sentire “sapore di sale” tra una sughereta o una macchia di castagni. Perciò, qui ci vengono anime coraggiose, appassionati del trekking ed estimatori delle attività all’aria aperta, nonché cultori di pennica e buone forchette. Val di Vara sarà sempre convivialità, sede d’incontro tra diverse culture.

Ricco il carnet di attività sportive: nello specifico, il Vara si offre generoso a chi sa il fatto suo come canoista, lasciandosi esplorare dalle semplici discese, al rafting, azzardando fino all’hydrospeed e il torrentismo.

Val di Vara, furba lei, consente di trovare fattorie didattiche, percorsi gastronomici – l’associazione Mangia Trekking ha sempre grandi lampi di genio, in tal senso – e agriturismi a tema – i più avveniristici divenuti cultori di mercati self-service –, al pari di un ingegnoso portfolio di recettività alberghiera ed extralberghiera d’eccellenza.

Lo spirito d’avventura caratterizza il turista idoneo alla Val di Vara, poiché, come la totalità di boschi, ruscelletti e appezzamenti si distingue per l’esecuzione di paesaggi estremamente varia e fortemente caratterizzata dalle attività dell’uomo, mai toccando i picchi del degrado ambientale, così esso deve sapersi mettere in discussione, e capire la realtà di pastori, contadini, villaggi spesso abitati solo in alta stagione o ripe e crinali addirittura disabitati. Scopriamoli.

Bolano, uno dei più antichi comuni a ridosso con la Toscana, basa l’economia su agricoltura e allevamento. Il centro storico ci procura una fedele testimonianza di quanto presente sia, dopotutto, l’ascendente di “statio” qua a Bolano, il cui apice permane, seppure impolverato, in una delle tre primissime porte della cittadina, chiamata non a caso “Stazòn”, e che segnava uno dei punti d’accesso all’interno del borgo bolanese.

Secondo le fonti storiche, malgrado ai Liguri Apuani vada il primato di colonizzazione – a testimonianza del fatto, comma due, è stata ritrovata una tomba “a cassetta”, i resti li potete vedere esposti al museo civico archeologico Ubaldo Formentini della Spezia-, l’andamento di vie e casupole fa pensare che Bolano abbia goduto di maggiore risalto sotto i Romani, come avamposto di guardia.

Oltre al caratteristico centro storico, a Bolano possiamo ammirare un numero di chiese e parrocchie drappeggiate dall’indulgente mano di una natura incontaminata.

Follo si aggrappa, stratificandosi, sulle pendici delle colline che dominano il fiume: meglio visitarla in automobile. Il comune è costituito da nove frazioni, ovvero Bastremoli, Carnea, Follo Alto, Piana Battolla, Piano di Follo, Sorbolo, Tivegna, Val Durasca e Via Romana. Per facilitare, i locali tendono ad abbreviare direttamente in Follo Alto, Piano di Follo, che altri non è che il centro abitato maggiormente sviluppato, dispiegato sull’asse viario principale (la Strada Provinciale 10), e Piana Batolla. Tutte le zone limitrofe rientrano nel Parco naturale regionale di Montemarcello-Magra.

A piano di Follo, bene sarebbe ricordare come si collegasse quella parte di Via Frangicena proveniente da Caprigliola e Santo Stefano Magra con la Via Romea verso i sentieri meno battuti per Beverino, e la costa, attraverso il Passo del Bracco, e ci interessa saperlo perché, tuttora, nei borghi degli spalti nasce, cresce e viene conservata la ruralità di maestranze e sapori altrimenti capaci di perdersi, ivi comprese sfilate di trattori e fiere del bestiame. La frazione di Follo Alto è composta a sua volta da varie località abitate, La Villa, Bondano, Fossotano e Castello. Su un punto elevato, molto suggestiva, la chiesa parrocchiale di San Leonardo Abate sembra invitarvi a raggiungerla.

Riccò del Golfo ci viene facile da individuare, posizionata sulla Via Aurelia subito all’uscita delle “gallerie” di La Spezia. Risulta il classico borgo di collina, ha qualcosa da spartire con le Cinque Terre, magari per via delle ardesie dipinte che i mercanti avevano da vendere – e che ora trovate nei portali delle case, se già non c’è la classica arenaria.

Tra gli orti e i giardini ombreggiati di Riccò, a giusta ragione contesa dai primi feudatari della Superba, si sviluppa un tripudio culla di coltivazioni, pascoli e cascinali, scorci rurali, vecchi mulini e allevamenti su strada, nient’altro che briciole per raggiungere Pignone, a lei legata dai rapporti di commercio intercorsi durante il Medioevo.

La tranquillità, la bolla di pace in cui Riccò tenta di restarsene, sarà la scusa per concedervi piacevoli passeggiate nella natura; dalla frazione di Casella e dalla Sella della Cigoletta, un sentierino permette il collegamento con Vernazza e, di conseguenza, con l’arco delle Cinque Terre.

Superati orti e terrazze, non ci resta che addentrarci nel cuore della Val di Vara, a Pignone. I confini del Parco Naturale Regionale di Montemarcello Magra cominciano a diventare fitti di boschi e praterie già sotto l’ente di un altro grande polmone verde in Val di Vara, il Parco Naturale Regionale dell’Aveto.

Il Passo dei Due Santi è a un tiro di schioppo, e dunque, salutato il mare, siete pronti per esercitarvi a sciare.

Nonostante tutto, Pignone l’ha resa celebre proprio la sua tradizione orticola, ormai affermata, e soprattutto quando ci imbattiamo nelle coltivazioni di granturco, fra una piacevole passeggiata nella natura perfetta e un giro di degustazioni che contempla i prodotti della zona, commercio, questo delle degustazioni, a cui si riconosce di aver avviato al recupero molte terre incolte.

L’occhio vuole la sua parte e la trova posandosi sul borgo medievale di Casale, antico possedimento della Diocesi di Brugnato, che ha mantenuto la struttura originaria, con altri bellissimi edifici in arenaria e due ponti – pure loro di ascendenza medievale.

Il territorio, incluso nell’ente Valli di Pignone, viene ulteriormente arricchito dalla presenza di fenomeni carsici (salto obbligatorio alla Grotta grande di Pignone) e dalle località di Villa, Faggiona e Caturnia, che narra la leggenda siano luoghi di fantasmi e spavento, in virtù, sicuramente, delle miniere abbandonate di manganese e rame.

Incastonato a guisa di piccolo gioiello tra i paesi di Pignone e Calice al Cornoviglio, ci aspetta il comune sparso di Beverino, soleggiato, malgrado lo sorveglino, a Bracelli, i ruderi di un vecchio maniero fortilizio, e attraversato per intero da corsi d’acqua che, tra guizzi di rane e tane di volpe, sfociano nel Vara.

Padivarma fa da confluenza, le altre frazioni, tutte immerse nella consueta atmosfera agreste, sono Bracelli, Castiglione Vara, Cavanella Vara, Corvara e, appunto, Beverino.

Si impone anche grazie la moltitudine di percorsi di trekking che collegano la vallata alle Cinque Terre e all’Alta Via dei Monti Liguri. Beverino scintilla, e lo fa di diritto poiché piccola succursale della viticoltura in Val di Vara: molte delle vigne vengono destinate alla produzione dei vini a denominazione di origine controllata “Colli di Luni”.

La vista, da Calice al Cornoviglio, sembra riuscire a rinfrancare qualsiasi spirito; rigoglioso, quasi immutato nel corso dei secoli, il paesino sorge in mezzo a un saliscendi di colline, prati e sorgenti, di fatto entroterra, sul monte omonimo e ai piedi di un maestoso castello detto anche dei Doria-Malaspina, che però si conta come estensione di Calice Castello.

Tanti i paesaggi rurali, si cominciano a intravedere le mulattiere e i sentieri i quali, neanche fosse una magia, conducono a grandi appezzamenti di quercete e agli gnomi che ci vivono dentro: l’albero, proprio in virtù delle leggende magiche, è anche simbolo della cittadina. Nella frazione di Villagrossa potete rivolgervi ad un’azienda per la lavorazione delle erbe officinali, vero e proprio opificio, attivo da più di trent’anni, alla ricerca di prodotti totalmente eco friendly.

Confinante con i comuni di Brugnato, Pignone e Carrodano, Borghetto di Vara è il cosiddetto paesino di fondovalle, così come è stato, a suo tempo, un importante crocevia per viandanti e pellegrini. Nei dintorni si trova Cassana, frazione di case rurali e mulini dismessi attigua al torrente Pogliaschina – che ce lo descrivono ideale per una vacanza all’insegna della pesca.

Prossimo agli Appennini, il paesello di Brugnato, invece, deve molto ai monaci benedettini di San Colombano, e cioè i suoi coloni, coloro i quali hanno aiutato l’evoluzione di questa bucolica realtà metà montagna, malgrado sorga in una zona pianeggiante, e metà, ancora adesso, casa di misteri ed ex cittadella vescovile.

La principale attrazione del borgo, guarda un po’, potrebbe essere proprio la cattedrale dei Santi Pietro, Lorenzo e Colombano. Per ciò che riguarda la montagna, avrete di che camminare lungo i percorsi salute, o praticare uno sport a vostra scelta tra rafting, mountain bike, equitazione o campeggio… se si può definire sport.

Abbiamo detto che Brugnato ha fatto parlare di sé in qualità sede vescovile, nel XII secolo: i reperti del caso li ospita il Museo Diocesano, all’interno del palazzo vescovile di Brugnato, che rimane adiacente alla cattedrale. A essere sinceri, l’intero borgo sembra, a molti, un museo a cielo aperto di per sé.

Tirando le somme, Burgnato è cresciuto a scopo difensivo e, oggi come allora, essendo fortificato – il fossato ormai risulta interrato –, vi si accede attraverso due unici ingressi, Porta Sottana, ad est, vicino alla quale rosolano al sole i ruderi della cappella dei Santi Rocco e Caterina, e Porta Soprana o Maestra, ad ovest.

Il centro storico, protettore degli edifici religiosi, conta un sacco di dimore signorili, nonché le tipiche facciate in arenaria, portici e corridoi di case assiepate dalle tinte vivaci, chiaro lo stampo genovese. Bozzolo, unica frazione, e sede dell’antico castello dell’abbazia di Brugnato, oggi praticamente assente, domina da sopra le piane.

Brugnato è Bandiera Arancione Touring Club Italiano.

Carrodano tiene il passo, eccoci davanti a un grazioso borgo vallivo, col campanile proprio al centro. Dedito all’agricoltura, attaccato a Carro e Sesta Godano e diviso in due parti, tali Carrodano Inferiore e Superiore, sono Mattarana, Canegreca, Costa-Pereto, Piana, Ferriere, Termine e Arsina le sue frazioni. Il toponimo, probabilmente, denota l’antichissima fondazione di questo luogo; qualcosa come un accampamento mobile di carri durante l’invasione dei Galli nel IV secolo a.C.

Oltre al meraviglioso centro storico, si possono ammirare la chiesa parrocchiale e l’oratorio di San Bartolomeo, che vedremo meglio dopo. Carrodano, merito la felice posizione geografica, è inoltro una delle località preferite per l’acquisto di seconde case da parte degli abitanti, purché avvezzi alla montagna, del capoluogo.

A Carro succede lo stesso. Siamo arrivati ad un altro paesino tipicamente medioevale, ideale base per i campeggiatori, e invitati dal profumo di brace, scopriamo le bontà proprie di una economia basata sugli allevamenti di pascolo – piante aromatiche, finferli e porcini sono garantiti tutto l’anno. Boschi e malghe circondano le realtà satelliti di Castello, Ponte Santa Margherita e Ziona, la municipalità viene ulteriormente suddivisa in quattro borgate storiche, Agnola, Cerreta, Pavareto e Pera.

Zignago, ex possedimento dei signori di Vezzano, si trova in un’ampia conca piena di corsi d’acqua, dominata dai monti Dragnone e Castellaro. Figura come uno dei borghi meglio legati al concetto di Slow Food e tradizioni rurali, vecchio abbastanza da aver dato alla luce una statua stele, ritrovata lungo il greto del torrente Gravegnola – ed attualmente conservata nel museo archeologico di Pegli. Sasseta e Torpiana sono le frazioni più importanti.

Passato sotto le leziose manine dei Malaspina, Rocchetta Vara, d’altro canto, appare più raccolto, un pugno di case costruite in pietra grezza. I primi insediamenti erano di origine monastica, e solo a posteriori si concretizzò l’attuale conformazione urbanistica: cambiati i materiali di costruzione, dall’alto, ci sembra comunque di sorvolare un feudo, a cui si accede per mezzo di un ponte – fruibilissimo – e stretto attorno al legittimo maniero.

Salendo fino a Beverone, sui 700 metri di altezza, gli scorci incontrano l’azzurro carico di cieli sgombri, diamo uno sorcio alle Alpi Apuane, mentre nella vicina Suvero, il giogo della famiglia non manca di rendere vive le loro opere, passioni e intrighi servendosi dell’ombra di un silenzioso, e di sicuro infestato, castello, adibito a dimora privata. Di fianco, la relativa chiesa di San Giovanni. Sempre a Suvero, lungo la strada che vi porta al Passo dei Casoni, non potete non farvi un giro nella magnifica pineta che costeggia l’Appennino.

Sesta Godano ricorda, come molti altri borghi, i fasti e le traversie dei pellegrini diretti verso Genova, intoccato dal passare del tempo. Godano nasce dall’unione dei due toponimi (Sesta e Godano). Lo conosciamo, noi del Levante, perchè noto per le sue qualità di centro agricolo pedemontano che unisce la Lunigiana, la parte di matrice Toscana, con l’Emilia. Un secondo caso di rosolatura in pieno sole sulla riva destra del torrente Gottero, omonimo del monte. Paesini limitrofi di Sesta Godano sono Airola, Antessio, Bergassana, Chiusola, Cornice, Groppo, Mangia, Oradoro, Orneto, Pignona, Rio, Santa Maria, Scogna e Vizzà. Nei pressi troviamo Rio, villaggio fortificato, contraddistinto da massicce volte, case torri e alti edifici messi a formare una struttura muraria continua.

Uguale, la sorte di Maissana, poiché con l’andamento in salita sembra si debba rinunciare alla costruzione di case – ma resta pur vero che così si cede spazio alla fetta più rustica e selvaggia della Val di Vara, e a un pezzetto della Val Petronio –: relativamente piccolo, il borgo si stringe attorno all’edificio parrocchiale di San Bartolomeo. Il comune, poiché fittamente circondato da alberi ad alto fusto, è divenuto lo scenario indispensabile del Parco Avventura Val di Vara, costruito nel totale rispetto dell’ambiente e delle vigenti norme di sicurezza europea.

Varese Ligure termina l’itinerario fra dorsali fiorite, guadi d’alta quota, zone a pascolo, ruderi (il nucleo di Porciorasco è giusto in attesa di recupero), fortilizi e scorci medievaleggianti, rendendosi in prima linea partecipe dell’atmosfera: dalla tipica struttura a cerchio del nucleo storico – ipse dixit, si tratta di un Borgo Rotondo – attiguo alla dimora nobiliare e alla piazza del mercato, abbracciata dai portici, individuiamo un rapido susseguirsi di case che, abbandonata la nuda pietra del castello, compressa la vivacità delle facciate, sfocia in una natura molto spesso incontaminata.

Nel Duecento, la signoria dei Fieschi, pure grazie al facile collegamento transappenninico, ha deciso per Varese Ligure una sorte nobile, indicandolo quale villaggio d’elite della Val di Vara, “capoluogo” del loro ducato. Nulla invidiando a Brugnato, si è guadagnato la Bandiera Arancione, e una menzione come Borgo Più Bello d’Italia.

Eventi e luoghi d'interesse

Il Castello Giustiniani smette i panni di edificio il cui compito era difensivo e, seguiti diversi rifacimenti, ora è uno splendido palazzo che dimostra, alto e squadrato, la propria valenza di residenza nobiliare d’un tempo. Attigua la cappella gentilizia. Di proprietà privata, e nonostante risulti sotto Ceparana, rimane comunque uno dei soggetti migliori da fotografare a Bolano.

Interessante senz’altro, l’Oratorio dei Santi Antonio e Rocco. Ad una sola navata, bianco e stoico per via della facciata a capanna, modalità di costruzione preferita in Val di vara, volendo ricordare una conformazione più tradizionale poggia su fondamenta di pietra locale. Al suo interno, recentemente restaurate, sono conservate opere di Simone Barabino e Stefano Lemmi.

Verosimilmente di antica fondazione, la Chiesa Parrocchiale dedicata a Santa Maria Assunta serba al suo interno numerosi dipinti di artisti locali. Svetta proprio sopra le colline, e perciò nel borgo vecchio di Bolano, e lo stile è barocco.

Per la festività più sentita, abbiamo i “Mercatini di Natale”, a dicembre, occorrenza non solo commerciale ma anche molto ghiotta. Ad agosto, la “Sagra di San Bartolomeo”, all’insegna di enogastronomia, musica e intrattenimento.

Salendo lungo la strada per Follo Alto, incontriamo la Chiesa di San Martino di Durasca, edificata secondo la tradizione dei pellegrini francesi, oltre che ligia a un canone altomedievale, e circondata da prati e verde incolto. Una struttura precedente fornisce le mura perimetrali, una parte delle due antiche navate, la facciata con il portale ad architrave e il massiccio campanile quadrato.

Totalmente opposta, la coloratissima – tanto da apparire un giocattolo – Chiesa di San Lorenzo di Tivegna, esattamente al centro dei rioni e nella frazione omonima di Follo, si distanzia dalle strade panoramiche accogliendo un importante dipinto del 1665, attribuito al Casoni. A Tivegna troviamo anche l’ Oratorio della Madonna del Carmine e la Chiesuola della Madonna dell’Orto.

Feste patronali quelle di Santa Maria Maddalena, il 22 luglio, e di San Leonardo, il 6 novembre. L’ annuale “Sagra del Vino”, a cura della Pro Loco di Tivegna, coinvolge con balli, mostre artistiche e le immancabili degustazioni la prima settimana di settembre.

A Riccò del Golfo, storia e religiosità rivivono tra le volte barocche della chiesetta parrocchiale dedicata a Santa Croce. Costruita durante la seconda metà del 1400, sulla base di un edificio preesistente, dentro accoglie opere di grande pregio, le più importanti delle quali sono alcuni bassorilievi in marmi policromi rappresentanti le Anime Purganti.

Nell’area agricola in frazione di Carpena, risalente alla costituzione della podesteria di La Spezia nel 1343, e di alcune sanguinose vicende che seguirono, attendono di essere fotografati i resti di un castello diroccato, di cui oggi sono visitabili le pochissime rovine a seguito della completa distruzione; rimane un po’ di cinta muraria e il basemento della torre. I resti vengono interessati dall’intervento di sistemazione dell’area perimetrale, oltretutto, recenti scavi archeologici hanno portato alla luce materiali e monili addirittura antecedenti, che ci suggeriscono la presenza di un nativo castellare, forse ancora più datato.

Pregevole la fattura del Santuario di Nostra Signora dell’Agostina, poco lontano da Valpidino e Casella: deve il nome a madama Agostina Mazaschi, donna del posto la cui fortuna fu ereditare il terreno dove sorge il complesso, dunque isolato, e il relativo castagneto. Agostina, sulle prime, chiede di edificare un piccolo oratorio che dedicò alla Madonna di Loreto, poiché nel bosco di castagni successe di trovare un’icona miracolosa, capace, si dice, di spostarsi, e raffigurante la Madonna. Benedetto dall’afflusso di pellegrini, il sito crebbe in bellezza dopo l’arrivo della confraternita di San Michele, e grazie all’operato dei frati assunse le dimensioni di oggi. Sugli stipiti, guardando al portale in pietra arenaria, possiamo cogliere il simbolo di una pianta identificabile proprio nel castagno, a ricordo dell’apparizione mariana. Festeggiamenti in onore di Santa Croce a maggio, autentica esaltazione dei sapori di un tempo, tra degustazione di prodotti tipici e mostra mercato di merci varie e animali della fattoria.

Ad un estremo di Pignone, sorgono chiesa e campanile della Pieve di Santa Maria Assunta. Di stampo gotico, con paramento di pietra, facciata a capanna e un bel rosone centrale, la costruzione conserva un prospetto quasi essenziale. Idealmente è seicentesca, anche se rimanda a una preesistente chiesetta paleoromanica di cui, in virtù della semplicità architettonica, bassa e squadrata, sembra davvero farne le veci.

Defilato ma lo stesso molto caro alla comunità, il Santuario della Madonna del Buon Consiglio attende, all’ombra di un lussureggiante castagneto, fedeli e visitatori per la consueta processione di maggio. Ad unica navata, il complesso è preceduto da un porticato sorretto da archi a tutto sesto. La conosciamo anche come Pieve della Madonna del Ponte, poiché i lavori di costruzione cominciarono in prossimità di un ponticello, presumibilmente di origine romana, ormai distrutto. Il suddetto, permetteva di attraversare il torrente Pignone, al quale com’è ovvio immaginare resta vicina.

Veniamo agli eventi. Record di presenze lo detiene una seconda mostra mercato, tale “Gli Orti di Pignone”, che celebra la cultura contadina e le produzioni del territorio pignonese e non solo, esponendo (e dando modo di assaggiare) prelibatezze culinarie e materie prime garantite dall’Associazione Produttori Agricoli delle Valli del Pignone. Potete fare incetta di patate, fagioli, granturco “dell’asciutto”, nonché delle gustose salsicce.

La Vergine Assunta, patrona di Pignone, è festeggiata il 15 agosto.

A Beverino, zona Castello, vale una visita la bella e candida annessione dei complessi protoromanici di Santa Croce e San Cipriano, eretti su un antico tempio preesistente e letteralmente fusi con i quartieri del caratteristico centro storico. In frazione Corvara, il Santuario della Madonna del Trezzo, cinquecentesco, e la Loggia, trecentesca, che fu eletta a stazione di sosta per pellegrini e viandanti.

San Lorenzo martire, festeggiato il 10 agosto, è il patrono di Beverino.

Calice, il cui assetto fortificato non smette di essere palese, solca il panorama vallivo arroccandosi su un’altura in vista del monte Cornoviglio. Non solo, potrete riconoscerlo a colpo d’occhio perché evoluto sotto la guardia di una imponente dimora signorile, commistione di elementi del forte, ancora oggi perfettamente conservato, e dei successivi rimaneggiamenti.

Guadagna appellativo di Castello dei Doria-Malaspina – poiché se ne evincono ancora gli scopi difensivi –, e nel suo corpo centrale ospita la sede comunale, un centro di educazione ambientale, nonché il museo Pietro Rosa e l’allestimento permanente dedicato a Davide Beghé, pittore nato in questi esatti luoghi. In generale, il Doria-Malaspina se ne resta poggiato a sua volta su un vasto terreno tenuto a prato, con corpo rettangolare e due immensi torrioni agli angoli. Scendendo ai vecchi magazzini, trovate per di più un interessante percorso didattico: conosciamo, dunque, il Museo dell’Apicoltura, che raccoglie stampe d’epoca, arnie villiche, e un vasto materiale fotografico.

A sormontare le case padronali, in Piazza del Leone, gli fa eco, invece, la Chiesa di Nostra Signora di Loreto, imponente esempio architettonico del gusto “lunigianese”, e dalla facciata riccamente decorata. Altrettanto interessanti, la Chiesa di Santa Maria, la Chiesa della Madonna del Carmine e la Chiesa dei Santi Sebastiano e Fabiano.

A dicembre, i primi di ogni anno, si svolge la festa patronale di Sant’Agostino. “Agrimiele” ad agosto, qualche volta a settembre, con assaggio di miele novello, tra uno stand e un banchetto gastronomico, nella piazza principale, divertente il concorso “Miss Goccia di Miele”.

Ottobre, Calice al Cornoviglio lo dedica alla castagna, e per l’occasione troviamo mille e più ricette e degustazioni tutte dedicate.

Si respira un’aria di pace e solennità a Borghetto di Vara, quando si raggiunge il complesso monastico intitolato alla Madonna dell’Accola. Relegati nell’aria cimiteriale, cortile e abbazia sono di sicuro fra le testimonianze sacre più antiche in Val di Vara. Di origine carolingia, con la croce longobarda – stemma dei vescovi di Brugnato – inclusa nel rosone della facciata, e il portale ottenuto dalla nuda arenaria, il corpo di questa chiesa guarda allo stoicismo romanico di un tipo di chiese molto antecedenti il Medioevo. Durante la Seconda Guerra Mondiale, come conseguenza dei bombardamenti che sconvolsero La Spezia, Madonna dell’Accola venne occupata ed adibita a dormitorio per i soldati.

In frazione di Pogliasca, è possibile visitare la chiesa di San Rocco – curiosa la manifestazione di ricoprire con l’uva la statua del santo, che, dopo la benedizione, passa tra i fedeli – e, su un’altura sovrastante il paesino, il dito punta la Chiesa di Nostra Signora del Poggiolo. A L’Ago si ammira il Santuario di Nostra Signora di Roverano, costruito su un edificio preesistente ed ampliatosi, grazie al solito costante afflusso di pellegrini, a metà Ottocento. Viene circondato da ulivi, i quali, inspiegabilmente, fioriscono alla vigilia della natività di Maria.

Pogliasca riempie vie e scantinati, pochi giorni prima di Natale, delle voci, delle luci e dei costumi propri del suo presepe vivente itinerante, voluto dalla Pro Loco, e che lega a sé i menù, rigorosamente rivisitati per l’occasione, di molti dei ristoratori. L’Ago torna e celebra il periodo autunnale attraverso una castagnata a cui, esercenti e commensali senza distinzione, partecipano tutti vestiti con i costumi di una volta. Si possono gustare, oltre alle caldarroste, il prelibato castagnaccio, cotto nei testi.

Nel borgo di Brugnato occhieggia, in mezzo ai carrugi, la Concattedrale dei Santi Pietro, Lorenzo e Colombano, omaggiando il punto in cui già risiedeva la prima versione dell’abbazia, l’originale edificata dai monaci di Bobbio. A due navate, una centrale maggiore ed una laterale minore, contraddistinta da un imponente corpo centrale in linea con i canoni medievali apprezzati in quel di Luni, trova compiutezza nel fido campanile, di forma quadrangolare; la facciata è posteriore, facente parte di un rifacimento di gusto barocco. La diocesi lunense, nel corso degli anni, viene spostata a La Spezia, lasciando al grosso fabbricato che incombe sulle stradine fresche di Brugnato il titolo di concattedrale.

Arriviamo all’Oratorio di San Bernardo, di foggia barocca e con una bellissima tela di Gian Lorenzo Bertolotto da ammirare al suo interno. Viene a ruota il Palazzo Vescovile, oggi “Museo Diocesano”, grazie al quale sono state raccolte diverse opere artistiche religios” della Val di Vara, così come dell’antica diocesi di Brugnato. Evoluto su tre piani, alla base si trovano gli scavi archeologici con i ruderi delle mura dell’abbazia che era appunto antesignana; al primo piano si conserva l’alloggio del vescovo, con lo studio e gli arredi; al secondo piano le sale dell’esposizione, degli abiti, dei manoscritti e delle stampe.

Mirabili e ferventi di partecipazione cristiana il Convento dei Padri Passionisti, di nuovo con la relativa chiesetta di San Francesco e circondato da un ampio chiostro, e risalente al XVIII secolo, il Santuario della Madonna dell’Ulivo, quest’ultimo, malgrado risulti in posizione defilata, costruito proprio su volontà dei fedeli.

Segnaliamo, tra gli eventi, l’”Infiorata del Corpus Domini”. Brugnato dimostra un grande attaccamento alla ricorrenza, che è capace di riunire gli abitanti, con l’approssimarsi del Corpus da cui prende il nome, e tutto il loro senso artistico; ci si rallegra, a festività in corso, dei colori di un variopinto tappeto fiorito, lungo quasi un chilometro, composto interamente da petali e cromie spesso, ma volentieri, improvvisate; le tematiche, a sfondo religioso, celebrano Gesù nell’Eucarestia.

Luglio è il momento giusto per celebrare “Un Borgo in Festa”, che poi non è altri che il contenitore estivo di Brugnato per rallegrare il turista.

Non mancano gli eventi patronali: Festa di San Pasquale il 17 maggio, di San Pietro il 29 giugno e le celebrazioni in onore di San Bernardo Abate il 20 agosto. Gli onori di casa spettano a San Lazzaro e alla sua, di festa, in aprile, con tanto, tanto street food e bancarelle di artigianato.

Recentemente, Brugnato ha inaugurato il primo grande outlet village, chiamato “ShopInn”, della Liguria, con oltre 70 negozi a disposizione dell’utenza.

L’attenzione si ridesta, a Carrodano Inferiore, arrivati alla Chiesa di Santa Felicita. Entrati, ci saluta una pregevole statua lignea, proprio Felicita, circondata dai suoi sette figli, opera omnia della scuola del Maragliano – la statua, durante la festa patronale di agosto, viene portata a braccio lungo le vie dei quartieri, nonostante pesi alcuni quintali.

Carrodano Superiore si stringe intorno alla chiesa di San Bartolomeo, una parentesi rosa tra i viali e i balconi piccoli e stretti.

Deviando dalla strada per il monte San Nicolao, si raggiungono interessanti tracce del passato lontano, qui a Carrodano: i resti di un antico ospitale medievale, dove un tempo sostavano i pellegrini diretti ai santuari e alla Via Francigena.

Da visitare la Chiesa di Mattarana, in stile romanico, dedicata a San Giovanni Battista. Festeggiamenti la notte che cade il 24 giugno, con il tradizionale falò.
Edificio religioso principe, di Carro, è la Chiesa di San Lorenzo, in stile barocco e proprio nel bel mezzo di un altrettanto principesco centro storico. La datano intorno al XV secolo, levatasi su un’antica cappella dedicata a Santa Caterina. All’interno, viene conservata la cosiddetta Madonna del Carmine, dipinto attribuito a Domenico Piola, più una tela di San Lorenzo, lavoro del pittore fiammingo Giuseppe Dorffmeister.

A pochi chilometri, giunti in località Cerreta di Carro, stop veloce per un pic-nic nell’omonimo santuario. Tappa obbligata al “Museo Mineralogico”, ricco di reperti provenienti dalle campagne, e alla dimora di Giovanni Battista Paganini, nonno paterno del celebre violinista Nicolò Paganini.

Fiera di San Lorenzo e relativa esposizione di banchi dedicati all’artigianato e al biologico, la ricorrenza si svolge in agosto. A Ziona, verso luglio, “Sagra dei Testaroli”, il contorno lo offrono certe peccaminose specialità gastronomiche locali.

La Chiesa di San Pietro Apostolo, d’una delicata sfumatura rosa e la consueta facciata a capanna, con il campanile squadrato messo di fianco, era anticamente conosciuta come Chiesa di San Pietro Apostolo di Cornia, che è poi il primo nome di Zignago. Segue, in ordine di importanza, la sorellina più discreta dedicata a San Martino.

Qui, dove le attività della Via del Sale fervevano, esisteva un maniero avviato a residenza, oggi rudere, appartenuto alla Signoria dei Vezzano, e sorte simile è toccata al Castello di Serra Maggiore, ma la vegetazione non ne ha alterato l’opulenza, seppure sia poco più di un mucchio macerie.

Percorrendo i tracciati che si inerpicano fino alle cime del Dragnone, salendo di quota, potete raggiungere l’incantevole Santuario della Natività dedicato a Maria Vergine. Per la bellezza, e la fauna prospera, tuttora libera nei boschi sulla cima, dicono che il posto fosse ritenuto sacro già durante l’Età del Ferro.

Il tradizionale appuntamento con i prodotti tipici dell’Alta Val di Vara lo segnaliamo con la “Festa della Cultura Contadina”, e tutto il corollario di animali da allevamento, attrezzi e maestranze. Ha luogo in agosto.

Protegge Zignago Nostra Signora del Dragnone, festeggiata il giorno 8, a settembre.

Rocchetta di Vara non è da meno, se si cercano oasi di pace e vecchi ruderi. Torri e torrioni dominano dall’omonimo monte sovrastante il paese di Cassana, poi abbiamo la “Caverna Ossifera”, in realtà fatta di calcare – sappiate che il nome si riferisce ai ritrovamenti –, idonea ad aggiudicarsi il primato come uno dei siti con maggiore risalto paleontologico in Italia. E’ la stessa dell’orso preistorico.

Chiesa di Michele Arcangelo, sempre a Cassana, con la sua ex torre romanica riadattata a campanile, e quella che porta il nome di Santa Maria della Foce, al cui interno troviamo una statua dell’Immacolata donata dalla famiglia Lomellini e, secondo la tradizione, proveniente dalla polena di una nave genovese.

A mollo in una tavolozza di colori che variano dall’oro al crema, per via della facciata, il Santuario di Nostra Signora di Roverano rappresenta, nell’areale di Rocchettam l’oasi di pace per eccellenza, preceduto da una spaziosa scalinata e circondato da una profumata, e sempre apprezzata, fioritura di olivi.

Manifestazioni ed eventi a carattere culturale sono svolti nel Palazzo Vinciguerra.

Suvero, frazione dove tocca il cielo quel castello che fu prima postazione difensiva e poi residenza dei Malaspina, si veste di risate e irriverenza durante il carnevale: i ragazzi sono soliti mascherarsi, in maniera volutamente sconveniente, per la festa “Dei Belli e dei Brutti”, conosciuta al pari di un’istituzione nell’intera Provincia.

A Stadomelli, incredibilmente sembra di venire catapultati in Scozia, e una attitude del genere, completa di haggis ed altre specialità gastronomiche indirizzate alla cultura britannica subito riproposte in tavola, la dice lunga sullo spopolamento della Val di Vara agli inizi del XX secolo. Vi fu infatti un flusso costante di emigranti che, da Stadomelli, cercò lavoro viaggiando alla scoperta della punta scozzese del Regno Unito. E così, ancora adesso, resta prassi comune incontrare famiglie che parlano con impeccabile accento, o intrattengono rapporti assieme alla gente d’oltremare. Ogni estate, sul finire di agosto, Stadomelli organizza per l’occasione una magnifica “Festa Scozzese”.

I centri rurali di Sesta Godano, dal valore di un bouquet fiorito di paesi-fortezza, oltre che sede della “Comunità della Cipolla Dolce”, curano il proprio retaggio storico. In questo senso, sono simbolici la Chiesa di Sesta, già antica pieve di Santa Maria Assunta, il ponte romanico sul torrente Gottero, e la Via Vecchia, ornata da portici in viva arenaria.
Accessibile al pubblico, i resti della Fortezza di Godano, che tra il 1200 e il ‘300 passò, tra lotte e alterne vicende, prima dai Fieschi e quindi nelle mani Malaspina. Potete organizzare una visita accedendo a quella che fu l’area sommitale, entro cui rimane la cinta, con diverse strutture interne, e un residuo della torre.

“Sagra del Raviolo”, a luglio. Coinvolte la Pro Loco di Sesta Godano e indimenticabili momenti di pausa che scandiscono un’abbuffata e l’altra, a base di ballo liscio e digestivo. Visto che i parchetti di Sandro Pertini sembrano abbastanza comodi, perché non utilizzarli, nell’ultimo week end di ottobre, per il “Raduno Nazionale Fiume Vara”: eccoci ad un evento che finalmente raccoglie la crema delle attività sportive, meglio se a tema acquatico, e gli appassionati canoisti della Val di Vara.

“Sesta Godano Cavalli”, a settembre, con musica country e gare a sfondo ippico, fiera e relativi mercatini di San Martino a novembre.

Maissana, intrisa delle gesta dei Liguri Apuani, in epoca feudale passò sotto la famiglia Fieschi e, successivamente, conobbe i rigidi dettami proposti dai Doria. Raccolgono parte di queste vicissitudini il sito archeologico di Valle Lagorara, sede del “Laboratorio di Archeologia” in località Ossegna – nei locali sono presenti documenti e materiale illustrativo del sito e del territorio di Maissana, oltre ad una sala interattiva –, i “Casoni della Pietra”, una varietà di rifugi temporanei molto caratteristici per pastori e animali, l’edificio-forte detto “Prigione dei Fieschi”, datato al 1200, e l’Oratorio di Santa Maria Maddalena.

A Tavarone, frazione del comune, agosto ospita l’attesissima “Festa della Trebbiatura”, fatta di balli e tradizioni contadine. “Sagra del Fungo”, stesso posto, a fine agosto, e “Sagra della Fagiolana di Torz”a nell’omonima frazione, ad ottobre, seguita dalla “Sagra della Polenta con Cinghiale” a dicembre.

Varese Ligure, una perla volta a chiudere lo scrigno di gemme sottostanti, pare che di propria iniziativa sia riuscita a valorizzare le produzioni agricole e l’allevamento sostenibile, tanto da costituire, e diventare per estensione, la capitale filosofica del celeberrimo “Biodistretto Val di Vara”, facendosi altresì conoscere in qualità di primo centro europeo certificato per la sostenibilità alimentare ed energetica.

La Fortezza dei Fieschi, risalente al XV secolo, riassume i passi compiuti da un borgo che basta a se stesso: ad emblema della cittadella storica, ovvero il Borgo Rotondo, crea un contrasto delizioso con l’acciottolato pulito di Piazza Marconi. C’è un qualcosa di misterioso nell’alta torre di offesa, a sua volta rappresentazione riuscita della metodica quattrocentesca, e un secondo torrione difensivo, cilindrico, le si fa accanto, costruito qualche decennio più tardi. Restaurato nel dopoguerra, su direzione della Soprintendenza ai Monumenti della Liguria, questo colosso è oggi di proprietà comunale e sede per mostre, convegni e manifestazioni.

Troppe sono le chiese e le pievi da elencare a Varese Ligure, ve ne indichiamo una che ben riassume il gusto per la sacralità che, a poca distanza dal Cento Croci, è andato affermandosi. E allora, davanti al castello, pronti per scoprire le bellezze di chiesa e convento dei Santi Filippo Neri e Teresa d’Avila, con ben due torri campanarie, chiari i rimandi barocchi; entrate, e subito vi si para davanti una pregevole raffigurazione secentesca di Gregorio de Ferrari. Ininterrotto il patrimonio naturalistico che costeggia fontanili e santuari, ma il “Museo Contadino” di Cassego ve ne può dare un assaggio.

Chiudiamo alla grande con il “Festival Nazionale del Biologico e delle Buone Energie”, a Varese Ligure.

La Regione Liguria e i consorzi più conosciuti del Made in Italy ne sono i maggiori fruitori, e non finisce qui, perché l’evento è dedicato agli enti e alle famiglie proprio con l’ottica di toccare quante più teste possibili, attraverso esposizioni, incontri e dibattiti a proposito di uno stile di vita equo, cibo sano e accorgimenti sul futuro che possano indirizzare verso energie pulite e costruzioni a impatto zero, sempre, perché diventa tradizione, in un’atmosfera che incanta.

Futuri alternativi, e che piacciono, nella Valle del Biologico.

Cucina

La Val di Vara, al pari di cosa ha in serbo per il visitatore che si lascia conquistare dai suoi boschi, tiene alte le eccellenze gastronomiche, una dopo l’altra tutte da scoprire.

La cucina, infatti, va considerata la rielaborazione, nonché la successiva messa a punto della proposta, sulla tavola, di prodotti ottenuti attingendo da una capillare vivacità agricola.

Non c’è da meravigliarsi se le materie prime risultano di alta qualità e ad impatto zero, la caratteristica diventa propria del territorio. Da qui, l’allegorica e poco implicita dicitura di “Valle del Biologico”.

Si può dire ligure, ritornando alla nostra esemplare – ed ideale – forma di cucina, perché ci troviamo le ormai note primizie dell’orto, nel cui definitivo utilizzo rientrano i manicaretti a base di “erbi” o le minestre di tipo “prebuggiun”; è altrettanto noto come tali ingredienti, i quali sanno dare vita nuova alle torte salate e ai ripieni per i ravioli – qualcosa di unico se li ordinate imbottiti di crema all’ortica, in quel di Polverara, non ne rimarrete delusi – siano le fondamenta di un concetto ai residenti molto caro: sono ben undici le Comunità del Cibo nate, in Val di Vara, con l’intento di salvaguardare storia, biodiversità e tradizioni, tutte facenti capo al concetto di Slow Food.

Storia perché si prefiggono di tutelare i costumi, le astuzie, gli attrezzi da lavoro utilizzati dai nostri nonni, ancora presenti, spesso entrambi, nei campi; biodiversità perché amano e coltivano cosa la terra ha da offrire; infine tradizioni perché le figure che lavorano e commerciano col cibo ce le descrivono quasi sotto le spoglie, abbastanza evidenti, di custodi.

E, poiché non c’è due senza tre, in Val di Vara la Sezione CAI della Spezia si è data da fare per avvicinarsi alla filosofia Slow Food. A questo proposito, vediamo crescere una convenzione atta ad avvicinare i soci del Club Alpino Italiano, indirizzandoli verso iniziative condivise, spronando quanti più membri possibile affinché collaborino con il mondo agricolo e le produzioni locali di qualità.

Cucina ligure, in Valle, la è pure dal momento che una sontuosa proposta casearia, spesso contraddistinta dalla rusticità di formaggi a latte crudo, arricchita stavolta dalle primizie di bosco, stupisce servendosi e compenetrandosi con la farina di castagne, che ritroviamo nell’impasto di tagliatelle, frittelle e come base per il castagnaccio – rappresentativa è la castagna Brodasca, più piccola e di colore marrone scuro.

Ma è, fatte tali premesse, soprattutto una cucina toscana, complici le antiche tecniche di cottura in terracotta, i condimenti corposi e sapidi, la presenza del fagiolo (cannellino, a Sesta Godano c’è il fagiolo borlotto di Mangia), e ciascun piatto, inoltre, non di rado sarà accompagnato da vini di piccole produzioni locali, birre biologiche, olio della Rivera di Levante. Gli stessi digestivi, qua li ottengono per mezzo della lavorazione delle erbe spontanee.

Similmente, ci si può ravvedere della rusticità toscana nel momento in cui avviene che rimaniamo folgorati dal sapiente uso di cacciagione, coinvolti cinghiale (rigorosamente con polenta) e coniglio (rigorosamente in casseruola), e dalla bravura grazie alla quale è presentato il gambetto di maiale, o la tacchinella, morte sua il miele BIO di castagna – Calice al Cornoviglio si attesta quale principale fornitore. Di prevalenza carni ovine e bovine, quando è giunta l’ora di salire ai pascoli.

Sempre a tema di carne, la macellazione la possiamo definire sostenibile, i capi vivono allevati a pascolo libero, e la presenza costante di un determinato tipo di piatti è altresì sinonimo di freschezza degli ingredienti, e quindi una promessa di stagionalità per il commensale. Fichi, ciliegie, mele, ancora l’onnipresente castagna, colorano vieppiù portate, e poi ci sono i funghi, eccezionali i porcini, che trovate abbondanti all’arrivo dell’autunno, al primo posto durante la realizzazione di molti piatti tradizionali come la polenta, proposta attraverso mille varianti differenti.

Simbolo per eccellenza, l’idoneo stemma con cui si trascende ogni etichetta, è il panigaccio della Val di Vara; altrove non ne troverete identici, comunque non accompagnati da salumi a marchio DOP o con una guarnizione di pesto alla Genovese, oppure tuffati dentro una particolare salsa di noci.

Se la Val di Vara si conta, solitamente, come conseguenza della divisione in macro-zone, ne consegue lo stesso per la cucina, che si tiene sui ritmi e i dettami delle tre aree a lei legata.

Ecco allora che la Bassa Val di Vara offre il meglio ottenuto dalle raccolte di orti e terrazzamenti: caso particolare sono la torta di riso e quella di verdure, l’ultima un must, bello è ritrovarsela davanti il 3 maggio sui banchetti degli allestimenti, in occasione di Santa Croce. Riccò del Golfo la consideriamo realtà affermata per ciò che riguarda salsicce, carni al dettaglio e un particolare tipo di sanguinaccio.

Della solita derivazione “made” in Toscana, non lasciatevi scappare i testaroli, cotti anche loro, facile indovinarlo, all’interno di testi di terracotta, e il pane di Polverara, pagnotta sopravvissuta con lo spirito delle ricette contadine d’una volta.

Media Val di Vara, arriviamo. E ne possiamo stare certi quando sentiamo l’odore pungente del pepe e delle spezie utilizzati nei salumifici, o il balsamico sottotono di barattoli sott’olio, agri e persino ispidi.

Pignone mette in bella mostra insaccati e mortadelle “nostrali” – segnatevi che le salsicce di Pignone sono finite inserite, nel 2003, all’interno dell’Atlante Regionale dei Prodotti Tradizionali Liguri –, oltre a concederci Sua Maestà la Cipolla – lettera miuscola – di Pignone, uno degli ortaggi che, abbinati al fagiolo, ha consentito di sfamare intere generazioni prima di passare a delicatezza.

Le varietà di patate dette Quarantine, bianche e deliziose, riposano a guarnire tagli perfetti di manzo, meglio se croccanti o al forno.

Brugnato non passa mai di moda, quale fiorente zona di produzione per quanto riguarda dolci e formaggi: abbiamo la ciambella all’anice di Brugnato, morbidissima, spugnosa e colore del miele appena colato, di cui mantiene anche il sapore, e il cavagnetto di Bugnato, sorta di cestino arricchito dai sapori della scorza di limone e, di nuovo, dell’anice; la caciotta di Brugnato, a pasta molle e dalla stagionatura breve, poi la mozzarella di Brugnato, fresca e filante … potremmo andare avanti all’infinito.

In Alta val di Vara, padrone indiscusso di tegami sfrigolanti e centritavola imbottiti, pare essere il borgo di Varese Ligure, che ci regala la farinata (o fainà), una specie di pastella sottile uguale alla controparte mangiata in Toscana ma adagiata sopra foglie di castagno inumidite e con poco sale, e una chicca, il formaggio stagionato allo Sciacchetrà del Parco Nazionale delle Cinque Terre, toma rotonda di latte crudo certificato, ed ottenuto dai pascoli della Val di Vara.

Della disponibilità di un terzo tipo di fagiolo autoctono, detto Cenerino, è possibile approfittarne in tutti i borghi dell’Alta Valle, lo si assapora a dovere crudo, con olio extravergine, o appena scottato.

A Varese Ligure vi capiterà, e non senza gioia, di mangiare dei caratteristici dolci di pasta di mandorle a forma di fiore, dal colore rosso, rosa e giallo, un tempo vanto dalle suore di clausura del Monastero dell’Ordine Agostiniano di San Filippo Neri.

Carro e Carrodano, arrotolatisi le maniche nemmeno fossero un dinamico duo di tavernieri che la sanno lunga, prendono per la gola il viaggiatore mettendogli davanti lo stoccafisso in umido, le frittelle saltate di borragine, teglie di zucchine e pomodori gratinati con ripieni realizzati a mano, ed alla fine, a Maissana, momento detox, arrivati ai luoghi dove si coltiva la classica fagiolana di Torza, protagonista delle sagre.

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