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San Terenzo

 

“Il Golfo della Spezia è suddiviso in molte piccole baie delle quali la nostra era di gran lunga la più bella…bellissimi gruppi di alberi erano pittorescamente contrastati dalle rocce”. (Percy Bysshe Shelley, 15 agosto 1822)

Pochi chilometri separano il litorale lericino da La Spezia. La Spezia che, dal canto suo, diventa apripista, nave scuola per i non addetti ai lavori, punto di riferimento, con il suo Terminal Cruise, il suo arsenale di pietra e metallo, la cultura e i musei, per chi “da fuori” non conosce il Golfo dei Poeti e i suoi piccoli paesi satelliti.

E’ facile, per giunta, diventare quelli stessi non addetti ai lavori, i non admitted in inglese. Perché in questa zona della Liguria saper costruire, saper sperimentare, e saper mantenere un intero ecosistema con l’ombra costante del turismo di massa, non è semplice. Diventa un’attività a tempo pieno. O un arte, vedendola da un punto di vista differente.

Se La Spezia incanala dunque il grosso del turismo inconsapevole di una realtà parallela, vicinissima, Lerici si configura come margine ultimo, lì dove la quadratura é data da un pugno di case colorate, allo stesso livello del mare, che portano il nome di San Terenzo.

Spiagge basse, di sabbia chiara, non ti figuri nemmeno possa trattarsi del Levante; un tripudio di gioventù, in parte rinnovata, in parte composta dalle comitive sempre uguali, negli anni, spinte ad abbracciarsi al sole, senza crema, bruciandosi del sale e dei primi baci; boschi freschi e profumati, la schiena di corteccia al mare, con il frinire delle cicale vagamente provenzali e il fruscio di tortore e merli, la mattina presto, in cerca di un pasto. Si strappa con facilità, il frutto, alla terra, qui dove crescono il limone e il rosmarino in abbondanza.

San Terenzo. Minuscolo e assolato paesino di pescatori, una frazione dominata da un imponente bastione. Ombrelloni e sdraio pochi, porticcioli e gozzi in quantità. Ti accoglie con i suoi profumi e le sensazioni tutte “belle époque”, ormai altrove quasi perse. Un contesto che, tuttavia, definire bucolico è solo parte della verità. Certo, per gli amanti dei grandi spazi potrebbe non essere l’ideale: botteghe e ristoranti sono fronte strada, e la spiaggia è subito dall’altra parte, in un fronte mare ininterrotto. Ma nessuno che ama i grandi spazi viene mai in Liguria per villeggiare, parliamoci chiaro.

Per quel che concerne chi San Terenzo la vive tutti i giorni, o da una vita, ogni cosa viene definita semplicemente come al suo posto, e così è, se vi pare…Perché c’è cuore, c’è anima, e il rinnovamento lo vedi nelle facce sorridenti di chi dalla Lombardia, dall’Emilia-Romagna o, addirittura, dal Veneto, scopre per la prima volta questa meravigliosa parentesi dello spezzino, oppure proprio da La Spezia spostandosi verso questo territorio.

Buffo scoprire che, San Terenzo, esisteva già durante il medioevo più lontano da noi: un borgo indipendente di marinai, pescatori e viticoltori, come Lerici posizionato su un percorso ideale per traffici commerciali e pellegrinaggi, un must ideologico ed enologico di cui bearsi d’un fiato.

La facilità con la quale, anche ai giorni d’oggi, ci si sposta da un punto all’altro, senza contare la bellezza delle sue acque – soprattutto nei tratti più selvaggi – hanno certamente contribuito a rendere San Terenzo una tappa ideale. Ma quale sia questo pregio, in larga misura mostrato dai suoi tesori, è difficile dirlo con esattezza, scavando nel profondo. Perché si entra nel mondo delle idee, dei sentimenti, di emozioni che non sono quantificabili. Poeti romantici e spiriti inquieti sono venuti sino a qui per cercare un balsamo, qualcosa che assomigliasse ad un medicamento per placare quell’inquietudine propria dell’ottocento. E l’hanno trovato.

Che sia dato dall’esattezza del colore del sole, quando illumina di quell’oro carico le mura del castello quattrocentesco, facendo di uno sperone roccioso il ritratto della sicurezza in termini difensivi, o della posizione strategica delle vecchie residenze estive di nobili e signori benestanti, si leggano Villa Marigola e Villa Magni, diverse nello stile e nei colori ma accomunate dall’ariosità degli spazi – con buona pace del dubbio che suddetti spazi non siano a misura d’uomo -, o dal fatto che dal bagnasciuga si vede il campanile della chiesa di Maria Vergine, con le campane che all’ora di pranzo segnalano il lento ma costante avanzare della cottura di una focaccia fragrante nei forni delle panetterie, e più in là ancora negli anni del guazzetto di pesce come solo le massaie sanno portare in tavola, nessuno lo ha ancora capito. A una distanza ridicola da dove ci si rosola ben bene, crescono l’Iris nano, il Cisto bianco e un tripudio di orchidee selvatiche, flora endemica del parco di Montemarcello-Magra.

Di là da la collina dove sorge Villa Marigola, invece, le spiagge principali del paese, entrambe libere, invitano a infilare il pollicione nella sabbia per immaginare di sentirla morbidissima, al tatto. Forse anche Shelley si è cimentato nell’impresa, quando scendeva a respirare iodio e benessere. Il promontorio della Falconara abbraccia con dolcezza lo srotolarsi di casette coloratissime, quasi in bilico tra il mare e il cielo azzurro tutt’attorno, ed è qui che possiamo avere un assaggio di quello che significa ritrovarsi nella selva, non così oscura, ma ricca della vita marina, costellata di pozze che l’alta marea riempie di pesciolini guizzanti e gamberetti laboriosi. Oltre il castello, per chi non mastica il linguaggio del bagnasciuga, si trova la suggestiva spiaggia della Marinella, piccolina, una insenatura chiusa tra pareti di roccia.

Indovinando un contesto, il periodo napoleonico è quello a cui si deve un certo tipo di fama, per San Terenzo. I poeti Shelley con consorte e Byron, ormai lo sappiamo, erano abitué della candida villa Magni, all’estremità orientale del paese; ma come non citare Sem Benelli, Paolo Mantegazza, Arnold Böcklin, tutti illustri ospiti del borgo. Attirati ed irretiti dai silenzi e dal bel tempo che regna, e regnava, sovrano, chi siamo noi per non fidarci di questi precursori armati di calamaio e buone speranze?

Se il turista accorto guardasse con l’occhio della mente in entrambe le direzioni, vedrebbe da un lato la Versilia mondana e dall’altro una ventosa Portovenere, tutta made in Golfo dei Poeti. Vedrebbe una Sarzana lastricata di ciottoli, città d’arte e d’antiquariato, vedrebbe la Val di Vara, madre generosa di boschi fronzuti e sport estremi. Più vicino, vedrebbe Montemarcello con i suoi sentieri, Punta Bianca nel Caprione, così chiamata per il versante coperto di calcare, ingioiellata di calette e strapiombi suggestivi. E poi i percorsi fluviali del corso terminale del fiume Magra, e quelle del fiume Vara suo affluente. E potrebbe farlo seduto comodo, su un asciugamano di spugna, gustando “un tocco de fugassa” e guardando ad un orizzonte che non è pallido e assorto, ma vivo, vibrante e animato dal cobalto pescoso. Mentre mastica e medita, alzerebbe lo sguardo fino a incrociare i portici di Villa Magni. Ed è forse lei il vessillo più bello, più vecchio e importante di San Terenzo.

Perché tirando le somme, non sono le strettoie del piccolissimo centro storico, drappeggiate dai panni stesi ad asciugare, il sali e scendi delle villette padronali che crescono come primizie, nei dintorni, difese da gatti sonnolenti o galletti che scandiscono la cova delle ovaiole, il mare, il castello, la natura o la baia placida. Per tutto questo tempo, da che San Terenzo è in piedi e sotto gli occhi di tutti, Villa Magni ha saputo raccontarlo, divulgarlo anzi, sotto la forma inconsueta delle parole di chi ha soggiornato nelle sue stanze. Utilizzandola come porto franco per un viaggio destinato a echeggiare, a lungo, nell’inchiostro di parole ancora più scrupolose di queste. Affidiamoci con cuore leggero, ai poeti che hanno elevato il borgo di San Terenzo: amiamolo.

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